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Diario
31 maggio 2008
Interminabili dibattiti per sovrumani cavilli
LEGGO DUNQUE CITO: SULLE NOTE NON SI SCHERZA!
Quando ero piccolo facevo tutto con una certa serietà:
promettevo con la solennità di un cavaliere,
pensavo con la gravità di un filosofo,
sognavo con la libertà di un poeta.
OGGI MI LIMITO A PENSARE AD ALTRO.
Ma per cinque minuti: la mia ansia di riflettere è capace di avvitarsi persino intorno alle proprie frenate.
VORREI SAPER LEGGERE IL MONDO CON SGUARDO DI GNOMO, NON ESSERE SCHIAVO DELLA GNOMICA.
Credo che maturare alla fine significhi soltanto sottrarre importanza alle cose. Sottrarre importanza alle cose: ridurre, e non per comodità. Maturare è avere coscienza della perdita, sentire sulla pelle i graffi della malinconia e dell'ironia che accompagnano ogni processo di riduzione.
LA MALINCONIA E L'IRONIA VIAGGIANO IN COPPIA.
Quando tutto rimpicciolisce non è facile capire se sia colpa della vita che si è allargata senza che ce ne accorgessimo o colpa delle cose che per rimpicciolire noi si divertono ad assumere improvvisamente altre proporzioni, quasi a ricordarci che siamo irrimediabilmente piccoli come quello che vediamo.
Caterina Bonvicini

| inviato da equalizer il 31/5/2008 alle 7:42 | |
2 marzo 2008
LA VOLONTA' DI SAPERE
Nel racconto di Diderot, il buon genio Cucufa
scopre in fondo alla sua tasca fra qualche misero
oggetto - grani benedetti, piccole pagode di piombo
e confetti ammuffiti - un minuscolo anello d'argento
che, se se ne gira la pietra, fa parlare gli organi
genitali che incontra.
Egli lo regala al sultano curioso.
Sta a noi sapere quale anello meraviglioso
ci conferisce un simile potere, al dito di quale padrone
e' stato messo; quale gioco di potere permette o
presuppone, e come ciascuno di noi e' potuto
diventare rispetto al proprio sesso e a quello degli
altri una specie di sultano attento e imprudente.
M. Fuocault

| inviato da equalizer il 2/3/2008 alle 11:7 | |
16 gennaio 2008
LOLITA
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.
Mio peccato, mia anima.
Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato
per andare a bussare, tre volte, contro i denti: Lo. Li. Ta.
Era Lo, null'altro che Lo, al mattino, con un calzino soltanto.
Era Lola in pantaloni.
Era Dolly a scuola.
Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti.
Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.
Vladimir Nabokov

| inviato da equalizer il 16/1/2008 alle 10:20 | |
6 dicembre 2007
noname
Perdonatemi…
Non posso aiutarvi a prendere una misura
finchè non sappiamo entrambi dove siamo.
E’ questo il problema.
Adesso che la fisica dimostra l’intelligenza dell’universo, cosa ce ne facciamo
della stupidità del genere umano?
Me compresa.
So che la terra non è piatta, ma i miei piedi lo sono.
So che lo spazio è curvo, però il cordone sanitario dell’abitudine mi ha fatto
crescere il cervello in linea retta.
Quel che io chiamo luce è la mia miscela particolare di buio.
Quel che io chiamo panorama è il mio trompe-l’oeil dipinto a mano.
I miei limiti li chiamo i confini del conoscibile.
Interpreto il mondo confondendo la psicologia altrui con la mia.
Dico di avere una mente aperta ma solo quello che penso è.
Gli alchimisti lavoravano con uno specchio magico,
ne usavano il riflesso come guida.
Gli specchi che mi circondano sono orientati
in modo da distorcere la mia immagine.
Sono io quella nella vetrina?
Sono io quella nella foto di famiglia?
Sono io quella nella finestra dell’ufficio?
Ovunque vada, un riflesso.
Ovunque l’immagine intrappolata di quella che sono.
In tutto questo io chi sono?
Non mi ritrovo negli specchi che mi vengono offerti.
Non riesco a definirmi in rapporto ai poli mutevoli
della certezza in apparenza così affidabili.
Non riesco ad immunizzarmi dalla guerra batteriologica di desiderio ed oggetto.
Sembra non ci sia ponte alcuno fra la mente e la materia,
fra me e il mondo,
nessun punto di riferimento che non sia illusorio.
Cercai di imitare gli altri bambini, ma non avevo la loro pelle dura.
Ero un guanto rovesciato, mostravo il lato morbido.
Ero il punto viscerale fra la bocca e l’intestino,
la zona della digestione e della ruminazione.
Senza dubbio è il mio umore bilioso che si rifiuta di individuare
nella testa la sede della ragione.
Senza dubbio è la mia acidità naturale che teme la lattiginosità del cuore.
Questa storia è un viaggio attraverso i visceri pensanti.
| inviato da equalizer il 6/12/2007 alle 0:6 | |
25 febbraio 2007
ASK ME NO QUESTIONS
AND
I WILL TELL YOU NO LIES
| inviato da il 25/2/2007 alle 12:8 | |
3 febbraio 2007
INDIPENDENCE OF KOSOVO
| inviato da il 3/2/2007 alle 13:18 | |
25 gennaio 2007
When i cry

Scoppiamo d’amore d’orgoglio per noi stessi, ci trasformiamo in vittime consapevoli di noi stessi.
E quel quadro riflettente che ci occhieggia e ammicca verso di noi nel
bagno delle nostre mattine ci sembra
inizio e fine di ogni nostro parametro
di giudizio.
Esploriamo occhi e fronti alla ricerca
di non si sa cosa, poveri esseri
insensienti che siamo.
Come se teorie pseudo – psicanalitiche
siano parole di un novello messia ebreo
affetto da malattia del sesso.
Piccolo, sedicente genio in marsina e
pizzetto che ci dice: ogni tuo
condizionamento è colpa di quel piccolo
aggeggio o quella piccola fessura che
ti porti fra le gambe.
Più spesso che no, inutili appendici,
buone solo per un riconoscimento di
genere.
Il fragile commesso di abbigliamento si
affida alle tue appendici per dirti
gonna o pantalone.
Non lo deludere, sciocco che non sei
altro, dicendogli che non volevi brache
o gonnelle ma solo una maglia per
coprire il tuo cuore asessuato.
E nessuno ti crederà mai se tu gli
dirai, stanotte sognavo me stesso
ermafrodito, era un sogno speciale
questo!
Metafora della vita cosiddetta reale!
E tu racconti incredulo e non creduto,
il sogno della tua vita.
Va bene così, mi accontento e sono
felice.
La vita per me è così, la si vive come
in questo sogno.
Mi accontento.
Mi basta avere frescura e cedevolezza e
sono felice.
E vivo così senza altro, un po’ di
libri, un po’ di musica qualche film
ogni tanto, mostre d’arte in cui mi
aggiusto gli occhiali e poi?
E poi nient’altro perché non so cosa
c’è d’altro.
Non ho imparato, io ignorante di
geometrie mie interne, che c’è qualcosa
aldilà di me oltre il mio ordinario
schedario mentale.
Non capisco che dentro di me c’è un
fondo nascosto e che io sarei capace di
cercare le chiavi della serratura
blindata che lo chiude.
E mi estasio davanti ad un’immagine,
precisa applicazione della scienza del
colore.
E mi estasio al cospetto di suoni ben
digradanti o ascendenti sulle scale
delle ottave.
E poi?
E poi punizioni inconsce per me che
cerco altro.
Punizioni terribili della mia coscienza
allenata alla palestra della vita.
E poi?
E poi ricerche infinite nei campi degli
umani alla ricerca di menti speciali di
dita già tese che mi indichino la
strada di qualcuno di cui mi hanno
detto lui è un uomo buono, lui forse lo
sa come puoi fare.
Forse, però, lui non lo sa come puoi
fare ma ha le spalle forti, lui riesce
a portare il suo e il tuo peso.
Lui può.
E tu corri e corri e, come nei sogni in
cui tutto vola, arriva il vento e
solleva la polvere, solleva le case le
strade gli umani e solleva pure te e ti
porta via.
Ti porta via mentre tu corri, ti
innalza e ti trasporta e tu ti dimeni
impaurito e forse, sotto sotto, quasi
rilassato.
Ti solleva e ti porta via verso qualche
altro campo di umani.
In un altro tempo già distante da
quello che sei stato, diverso cambiato
nei tuoi tratti esteriori.
Ti porta verso un altro specchio di
un’altra casa futura in cui tu sarai
qualcos’altro.
Cambiato ma sempre uguale, non sarai
più lo stesso ma il copione sarà lo
stesso.
E forse, mentre il vento ti ha già
accolto e tu stai per sollevare
l’ultimo dito dell’ultimo tuo piede da
terra pensi … proprio adesso che avevo
capito come fare … proprio adesso che
avevo capito il logaritmo che gestiva
il mio rapporto con questo campo di
umani … proprio adesso mi porti via …
proprio adesso che avevo capito …
proprio adesso …

| inviato da il 25/1/2007 alle 10:49 | |
7 marzo 2006
So much i want to say...
" Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica
di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare
ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto per ciò
mi sembrano decisivi. Sono annunci o presagi che riguardano
me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori
dell'esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo
non qualche fatto particolare ma il modo d'essere generale
di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne,
se non per accenni."
Questo è un piccolo paragrafo di " se una notte di inverno un viaggiatore"
di Italo Calvino, il libro che sto rileggendo ora.
Ci sono dei libri che ho letto tempo fa che sono costretta a rileggere perchè
voglio confermare a me stessa la meraviglia che mi hanno donato nel
momento in cui li scorrevo...un po' come accade per i film.
Negli ultimi giorni avrò rivisto almeno quattro volte "Le conseguenze
dell'amore"...è un film molto bello, molto delicato a mio parere...
Non voglio parlare di libri o di musica o di film...io non voglio parlare
di niente di condivisibile, ecco perchè ho citato Calvino.
Vorrei imparare ad esprimere l'indicibile che è in me...quella piccola sostanza
intimista che mi lega a me stessa.
Ho difficoltà a parlare di me a volte.
Io ho paura di quello che ho dentro.
Ho paura di scoprire le mostruosità che albergano in ognuno di noi.
Le mostruosità che albergano in me.
Sono stanca di rendermi conto, disilludendomi, che solo la parte esteriore
di me può far piacere conoscere...sono stanca di capire che piaccio alla gente
fino a quando dico "SI, Si"...sono stanca di vedere gente che si accapiglia per
le cavolate quotidiane...
Non voglio le facili conferme dello sguardo di qualcuno
Non le voglio più non mi interessano
Non voglio sentirmi dire quanto sono brava
Non voglio recitare a memoria quelle quattro frasi che il totale genere umano
reputa giuste per farmi rientrare nella compagine - falange di "quelli sani".
Io non sono sana e non voglio esserlo...voglio godere e sguazzare nella mia
sana paranoia...
Io voglio sgazzare sporca fino ai capelli dlele mie morbosità
Voglio liberamente girare per il mondo senza stare a spiegare a nessuno
perchè mi vesto in un modo, perchè ho dei particolari gusti,
perchè fumo
perchè mi dà fastidio la luce
perchè non mi piacciono i fiori con la confezione
perchè le piante muoiono a casa mia
perchè ho sempre dei vestiti in una valigia
perchè preferisco andare in giro con i vestiti a pezzi ma continuare a
comprare libri che forse un giorno leggerò
perchè mi fa schifo ascoltare la musica a basso volume
perchè mi dà fastidio essere abbordata per strada da gente che mi chiede
informazioni
perchè non mi piace la gente che non mi sorride mai
perchè non mi piace andare in giro mano nella mano con un uomo
perchè preferisco mangiare una pasta a casa piuttosto che andare al ristorante
perchè non riesco più a piangere
perchè leggo mentre mangio
perchè mangio solo sul letto
perchè ho bisogno di avere le coperte a filo prima di andare a dormire
perchè ho paura di dormire al buio
perchè mi sta terribilmente sulle palle dover essere sempre io la prima a fare
una carezza
perchè nessuno mi chiede mai come stai
perchè fisso il vuoto mentre canticchio mentalmente
perchè perchè perchè perchè perchè perchè
perchè io non ho più perchè da regalare a nessuno.


| inviato da il 7/3/2006 alle 19:22 | |
11 gennaio 2006
prologo cyborg
Cuore avido di chiarore
ventre avaro di carezze
il sole finito gli occhi finiti
parole che procurano la peste
la terra ama i corpi freddi
lacrime di gelo
equivoco delle ciglia
labbra di morte
inespiabili denti
assenza di vita
nudità di morte.
Attraverso la menzogna, l'indifferenza,
battere di denti, la felicità insensata, la certezza,
in fondo al pozzo, dente a dente con la morte,
un'infima particella di vita accecante nasce da un accumulo di rifiuti,
la fuggo, insiste;
iniettato, nella fronte, un filo di sangue si mescola alle
mie lacrime e mi bagna le cosce,
infima particella nata dal raggiro,
da avarizie impudenti,
non meno indifferente a sè delle altezze del cielo,
e purezza di carnefice,
di esplosione che spezzi le grida.
Apro in me stessa un teatro
dove si rappresenta un finto sonno
uno stratagemma senza oggetto
una vergogna per cui sudo.
| inviato da il 11/1/2006 alle 17:1 | |
5 gennaio 2006
personalize
Stanotte hai urlato
dentro di me...
mentre io volevo solo
che tu accarezzassi
il mio respiro
e mi dicessi
di non aver paura.

| inviato da il 5/1/2006 alle 11:22 | |
4 gennaio 2006
falling - out (per F.)
Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto
ad ogni gradino.
Anche così è stato breve
il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tutt'ora,
nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di credere
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale
dandoti il braccio.
Non già perchè con quattro occhi
forse si vede di più
con te le ho scese perchè
sapevo che di noi due
le sole vere pupille,
sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
E.M.

| inviato da il 4/1/2006 alle 21:38 | |
3 gennaio 2006
How safe are you?
Have you ever hold a gun?
Have you ever thought of wandering
around
with a gun in your hand?
Can you image the temptation
and the feeling of power you have
when holding in your hand something
made to take other people's life,
an act commonly acknowledged
only to me as a sacred right
for my life?
Violence as a dictionary.
Violence is our normal language.
Violence is the life around us.
My private violence is my personal
psychodrama.

| inviato da il 3/1/2006 alle 19:51 | |
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